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Giornale di Brescia  19 ottobre 2017

Ivan Battaglia. Se le velature «svelano» la realtà

 

Da Ab/Arte l’opera del bresciano, come omaggio «astratto» alla città natale.

Colori squillanti, forme che strizzano l’occhio all’astrazione senza abbracciarla del tutto, e titoli eloquenti per rendere omaggio alla propria città.

Fino al 28 ottobre la galleria a/b Arte presenta «Trasparenze meditative nell’arte diIvan Battaglia», personale del pittore bresciano a cui è affiancata l’omonima monografia (Brescia, Vicolo San Nicola 2, da giovedì a sabato 9.30-12.30 e 15.30-19.30, gli altri giorni su appuntamento al numero 030.3759779).

Una ventina i lavori che affollano la piccola galleria: acrilici su carta o tela preparata a stucco - realizzati dal 2000 ad oggi—su cui Battaglia (1947) interviene talvolta con interventi a mosaico, polvere di quarzo, juta o foglia d’oro. Titoli come «Fonderia», «Oasi nello smog», «Periferia», «Grande albero», «Civitas», «Passeggiata in città» o «Uno scampolo di cielo» sono spiegazioni eloquenti, forse sentimentalmente declinate, di ciò che la superficie contiene e rappresenta in modo talvolta simbolico.

Nella monografia che correda l’esposizione, il gallerista Andrea Barretta commenta: «Esplorando piani di colore che sfumano tra passato e presente, la sensazione è di trovarci anche questa volta in istanti onirici, quando l’impressione cruciale sta nel penetrare la fisicità suscitata dall’artista al fine di staccarsi dai problemi del quotidiano, o per entrarci.

Una coerenza creativa nell’attitudine concettuale specificata dal desiderio affettivo che la pittura gli dà e racchiude in legami con la vita. Sicché il suo reale è nel paradosso di un paradiso perduto per l’incuria verso la natura, attingendo a confessioni che consegna la bellezza a un futuro sconosciuto ma prevedibile».

Dal punto di vista della realizzazione pratica Battaglia predilige

l’utilizzo di velature e sovrapposizioni di materiali diversi, così come della stesura del colore in grandi macchie e forme semplificate. L’uso dello stucco come base preparatoria conferisce un aspetto rugoso e opaco alle composizioni le quali ospitano equamente - in una sorta di omaggio alla doppia anima della città - soggetti tratti dal mondo del progresso

E dell’industria,e scorci di vicoli, paesaggi e natura. //

Bianca Martinelli

 

Giornale di Brescia 27 novembre 2016

Da Warhol  e Manzoni, tutti i «figli» di Dada

Da Ab/Arte grafiche del ’900 lungo la linea di filiazione delle avanguardie

 

Un leone stilizzato by Andy Warhol, le provocazioni di Piero Manzoni, il mistero ieratico delle atmosfere di Giorgio De Chirico, la firma di Man Ray, il tratto «liquido» di un certo periodo di Mario Schifano, la polimatericità di Enrico Baj, le geometrie colorate di Eugenio Carmi o i simboli politici prediletti da Renato Guttuso, falce e martello in testa.

Il Dadaismo compie 100 anni e la Galleria Ab/Arte festeggia con «Dadavanguardie»: una mostra che, sin dal titolo, negli intenti del gallerista e curatore Andrea Barretta diviene pretesto

per mettere in luce gli aspetti in comune tra il movimento nato a Zurigo nel 1916 (ma con successive filiazioni anche a Parigi e New York) e le altre avanguardie novecentesche.

Fino al 17/12 a Brescia (vicolo san Nicola 6, orari: da giovedì a domenica 9.30 -12.30 e 15.30 -19.30) in mostra una ventina di grafiche firmate da alcuni tra i più noti e importanti artisti del Novecento - dall’astrattista spagnolo Juan Mirò al new-dadaista Robert Rauschenberg - più la riedizione della celeberrima quanto irriverente «Merda d’artista» manzoniana.

Lo scopo? Spiega Barretta: «Analizzare la carica rivoluzionaria dell’arte attraverso alcuni dei suoi percorsi esemplari: si inizia dal 1905 col movimento artistico definito Espressionismo, per arrivare al 1907, grazie al Cubismo di Picasso e Braque, per poi dalla Germania e da Parigi tornare in Italia con il Futurismo (1909) e con la Metafisica, che aprono un insieme di esperienze innovative succedutesi nel Novecento».

Insomma, Dada o non Dada, pare che la carica rivoluzionaria e il continuo superamento/aggiornamento dei codici espressivi siano stati un’abitudine recidivante nel movimenti artistici novecenteschi,anche ben prima della fuga nella neutrale Svizzera da parte degli intellettuali capitanati da Hugo Ball e Tristan Tzara.

Dei lavori in mostra, la scultura «Merda d’artista» è quella che apparei mmediatamente più legata a Dada: senza il precedente scardinamento dei codici propugnato dal movimento, la genialità di Manzoni difficilmente avrebbe trovato terreno d’attecchimento.

Bianca Martinelli

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19 ottobre 2017

Ivan Battaglia

Se le velature «svelano» la realtà

 

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27 novembre 2016

Da Warhol  e Manzoni,

tutti i «figli» di Dada