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Giornale di Brescia, 18 settembre 2015

Emblema, l’informale «in stile Usa»

Conobbe e intrecciò rapporti con i massimi esponenti dell’Informale americano - di cui mutuò la predilezione per il colore e le particolari tecniche di stesura - come Mark Rothko e Jackson Pollock. Le opere di Salvatore Emblema (Terzigno, Napoli 1929 - 2006) sono visibili fino al 3 ottobre alla Galleria a/b arte di Brescia (vicolo San Nicola 6, da giovedì a sabato 9.30 - 12.30 e 15.30 - 19.30).

In esposizione alcune grafiche del pittore nato all’ombra del Vesuvio, il cui percorso artistico fu profondamente segnato dalle origini campane che lo portarono a prediligere la tela grezza di juta e pigmenti cromatici naturali (usò anche le polveri vulcaniche) per ottenere maggiore luminosità sulla superficie pittorica.

Più famoso all’estero che in patria, Emblema giunse negli Stati Uniti nel 1956, grazie al mecenate miliardario Rockefeller che lo scoprì in un’esposizione alla galleria La Vetrina di Roma e ne comprò un’opera. In America Emblema dialogò col noto critico Giulio Carlo Argan che ne sostenne l’operato, e alcune star dell’Informale dell’epoca come Pollock e Rothko. Da quest’ultimo, in particolare, Emblema apprese la tecnica del «color field painting», la cui influenza si coglie immediata nelle campiture cromatiche visibili nelle opere esposte in città. L’avventura americana avviò una serie di traguardi importanti, come le acquisizioni da parte dei Musei Vaticani, del Metropolitan di New York (5 tele) e della collezione Agnelli, la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1984 e il passaggio agli Uffizi di Firenze.

In mostra a Brescia seguono, in una sala apposita, le litografie di alcuni maestri dell’Informale italiano, come l’amazzone dell’arte Carla Accardi, un piccolo «Generale» di Enrico Baj, una prova d’artista tirata in un’unica edizione di Ennio Morlotti, e l’inconfondibile segno di Emilio Scanavino, Pietro Consagra, Giuseppe Capogrossi, Gianni Dova ed Emilio Vedova. L’accostamento fornisce un esempio di come una vasta stagione artistica si giocò egualmente, seppur con risultati diversi dettati dai contesti di riferimento, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Bianca Martinelli

 

Giornale di Brescia, 4 luglio 2014

Quarantotto fantasie d’artista su una colonna

Questione di monumenti, questione di piedistalli. Fi no al 12 luglio la Galleria ab/arte, in vicolo San Nicola 6 in città (aperta dal giovedì al sabato con questo orario: 9.30 - 12.30 e 15.30 - 19.30) ospita «Monumentale Vostro», un’opera di grandi dimensioni realizzata da 48 artisti, in una operazione orchestrata da Vanni Viviani (1937 - 2002) nella Milano degli anni Settanta.

Erano gli anni di piombo, si sa, gli anni della Milano segnata della strage di piazza Fontana e della Leonessa ferita dalla strage di Piazza della Loggia, ma erano anche gli anni dell’Arte Povera, di quella impegnata sul fronte politico e sociale, della volontà da parte degli artisti di riunirsi in gruppi e collettivi. E «Monumentale Vostro», monumentale lo è, in tutti i sensi: lo è nei numeri (48 opere assemblate, misuranti cm. 30 x 30 ognuna) e nell’operazione di Viviani, iniziata con l’invio, a ciascun artista, della piccola tela sulla quale aveva precedentemente dipinto la base di una colonna classica.

Un elemento, questo, che diviene pertanto modulare, comune denominatore e basamento ideale sul quale elevare messaggi o porre all’attenzione questioni di stile. Così gli autori, accomunati dal modulo e dalle dimensioni ma autonomi circa messaggi, tecniche ed esiti, sono distribuiti secondo una geografia compositiva che predilige la progressione alfabetica, mentre l’individualità e l’estro di ciascuno appaiono visibili nelle declinazioni di stile, talvolta riconducibili al loro autore anche da occhi mediamente esperti (è il caso dei "tasselli" di Bonalumi, Emilio Isgrò o Aldo Mondino...), che divengono tessere musive di quello che appare come un grande mosaico parietale.

All’interno del «Monumentale» s’individuano le mani di alcuni maestri della contemporaneità artistica, da Lucio Del Pezzo, ai Nucleari Gianni Dova e Sergio Dangelo, da Ugo Nespolo a Eugenio Carmi.

Dalla «Negazione del Monumento» di Scanavino, al «Monumento d’emergenza» di Fabrizio Plessi, alla sintesi lineare e di matrice pop di Tino Stefanoni, alla figurazione di Concetto Pozzati, ciascun basamento è rivisitato e arricchito secondo poetica, sensibilità e stilemi propri di ciascun artista. Una sorta di puzzle d’azioni, forse un’ultima propaggine di quella spinta all’arte collettiva che infiammò il panorama artistico e culturale dalla fine degli anni Cinquanta per tutto il decennio successivo.

Monumenti, basamenti e piedistalli, si diceva. Temi che, traslati in ambito contemporaneo e locale, stuzzicano una riflessione attuale in una città che, in materia di piedistalli da reinventare (e di annesse proposte/polemiche) se ne intende.

Bianca Martinelli

 

Giornale di Brescia, 17 maggio 2014

Guardava all’Europa l’espressionismo italiano

Linee taglienti e decise, cromie accese, tratti grotteschi ed esasperati. Con «L’inquietudine nell’Espressionismo italiano»

la Galleria ab/arte presenta una selezione di grafiche di artisti del Novecento influenzati in maniera più o meno dichiarata dai gruppi europei d’avanguardia Fauves e Die Brucke, il cui intento fu notoriamente la deliberata volontà d’interpretazione e trasposizione

sulla tela di un sentire che sfuggiva alle regole e convenzioni formali di matrice estetico-realista.

A onore del vero la nostrana storiografia ufficiale non accenna all’esistenza di un movimento espressionista italiano «tout court»;

l’intento di a/b arte pare dunque essere quello di sottolineare l’esistenza di stili convergenti e comunanza di tematiche coi movimenti d’oltralpe. Così, con lavori di personalità come Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Virgilio Guidi, Aligi Sassu, Bruno Cassinari,

Agenore Fabbri e Schweizer (nella foto), la mostra prova a tracciare un possibile resoconto delle influenze di respiro europeo

che segnarono l’arte italiana di quegli anni, che assistette a vicende ed episodi di crisi che segnarono la prima metà del secolo

e ne riportò testimonianza.

Bianca Martinelli

 

Giornale di Brescia, sabato 5 aprile 2014

Arcobaleni materici di Giovanni Steduto

Visioni pittoriche e al tempo stesso superfici materiche. Si sostanziano di una doppia valenza le opere dell’artista Giovanni Steduto, pugliese di nascita ma bresciano d’adozione da quarant’anni.

I suoi lavori sono composizioni realizzate con materiali variegati, appartenenti sia alla tradizione pittorica che completamente estranei ad essa: colori ad olio, acrilici e pigmenti puri si mescolano a sabbia, cemento, strutture lignee e fibre di canapa, concorrendo a creare una pittura che acquista un denso spessore fisico e oggettuale. Nel corso della sua formazione artistica, Steduto ha effettuato un passaggio graduale dalla figurazione all’astrazione, mantenendo tuttavia intatta la propria inclinazione alla complementarietà del colore le cui consistenza e plasticità vengono lavorate sulla superficie per mezzo di spatola e pennello.

La mostra propone una selezione di lavori recenti, realizzati dal 2009 ad oggi, ove alle opere a parete sono affiancati altorilievi e sculture dalle conformazioni totemiche, il cui filo conduttore pare essere la risoluzione, ogni volta diversa, del rapporto tra materia e tensione cromatica.

Bianca Martinelli

Giornale di Brescia, 21 settembre 2013

Il’900 tra realismo ed astrazione:

un secolo di pittura ripercorso «in movimento»

Ha inaugurato sabato scorso col titolo di «Novecento in movimento» la mostra che si propone di far rivivere, attraverso le opere di alcuni autori che ne furono protagonisti, gli esiti del fervido clima dell’Italia alle prese con gli sconvolgimenti artistici e sociali negli anni cruciali a cavallo della Seconda guerra mondiale.

L’esposizione raccoglie una selezione di grafiche realizzate da autori tra i più rappresentativi dell’epoca, in cui la propensione da parte di alcuni per una poetica di matrice non figurativa, si pone con soluzione di continuità rispetto alle coeve ricerche artistiche internazionali ed europee. Quello proposto da ab/arte è dunque un omaggio ad alcuni dei protagonisti dell’arte italiana nel periodo scandito dalle due guerre, e spaccato dal dibattito tra realisti e astrattisti, attraverso gli esiti di alcuni tra i più importanti gruppi formatisi in quegli anni.

In mostra sarà infatti possibile ammirare opere degli artisti di Piazza del Popolo come Franco Angeli (nella foto:«Notturno») e Mario Schifano, quest’ultimo presente con una grafica dall’inedito soggetto, omaggio alle ninfee di Monet; maestri del Nouveau Réalisme degli anni ’60 come Mimmo Rotella e Arman, Enrico Baj a cui assieme al collega Sergio Dangelo si deve la fondazione del Movimento Nucleare (nel’51); e poi Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso o GiulioTurcato: militanti nel Gruppo degli Otto formatosi nel ’52 attorno alle idee di Lionello Venturi e fautori di un’arte che si opponeva al neorealismo in favore dello sdoganamento di tematiche informali.

La mostra prosegue con opere degli anni ’50 di maestri come Agostino Bonalumi e Bruno Munari, le strutture volumetriche di Achille Perilli, le composizioni geometriche di Mauro Reggiani ed Eugenio Carmi, la figurazione di Lucio Del Pezzo, le ricerche sulla rifrazione della luce di Piero Dorazio, le texture dinamiche in cui dominano gestualità e segno come quelle di Carla Accardi ed Emilio Vedova,e poi Corrado Cagli, Sergio Fergola, Renato Guttuso, Armando Pizzinato, Giuseppe Chiari …

Ad emergere sono le linee di continuità e rottura presenti all’interno di ricerche artistiche egualmente figlie del proprio tempo, in uno spaccato di storia dell’arte e, più in generale, della storia del nostro Paese i cui esiti appaiono ancora oggi come estremamente attuali e in grado di riallacciare un legame tra la contemporaneità e le sue radici recenti.

 

Bianca Martinelli

Giornale di Brescia, 29 giugno 2013

Mimmo Rotella

Décollage da grande schermo

 

Artista ormai storicizzato e da tempo assunto all’Olimpo del panorama artistico internazionale, il nome di Mimmo Rotella è oggi sinonimo di diversi meriti, primo fra tutti l’essere stato l’unico alfiere italiano di quella grande stagione prevalentemente francese che è il Nouveau Realisme.

Capitanati dal teorico Pierre Restany gli esponenti del gruppo indirizzarono ciascuno la propria attività verso singolari declinazioni del fare gestuale, dalle «macchine inutili» di Tinguely, alle «accumulazioni» di Arman, passando per le «compressioni» di César e gli «impacchettamenti» di Christo. In questo contesto la sensibilità di Rotella interseca il filone degli «affichistes» e di artisti come Hains, Dufrênee e Villeglé che, attratti dall’estetica dei manifesti pubblicitari (le affiche, appunto), operarono su di essi strappandoli e denominandoli décollage in virtù del loro essere ottenuti mediante lacerazione.

L’estetica di Rotella guarda allo strappo come a un gesto pittorico: un’operazione in qualche modo selettiva che manifesta una volontà di costruzione dell’immagine mediante un processo sostanzialmente sottrattivo e una ricerca in grado di contemplare componenti oggettuali e pittoriche nello stesso raggio d’azione.

La mostra in corso da ab/arte celebra l’artista e la sua ricerca proponendo una selezione di grafiche incentrate su uno dei temi cari al maestro, quello del cinema e delle sue icone. Protagonisti delle opere, multipli di varia tiratura a seconda dei soggetti, sono star le di Hollywood e Cinecittà: Liz Taylor, Ingrid Bergman, Humphrey Bogart o la Marilyn di «A qualcuno piace caldo». I manifesti provengono da città come Roma, Milano e Parigi quasi a voler raccontare la vita avventurosa dell’artista di Catanzaro, trasferitosi nella capitale prima e oltralpe poi, e attraversata da fatti quali un iniziale impiego presso le Poste Italiane e persino un periodo di detenzione.

 

Bianca Martinelli

 

Giornale di Brescia, 9 marzo 2013

Viviani coglie la mela e rilegge la grande storia dell’arte

 

Quello della mela é un tema ascrivibile a tradizioni tra le più disparate, e iconograficamente legato alla cultura religiosa cristiana,

all’epica classica, alla ricerca scientifica, medievale e contemporanea. Riferimenti imprescindibili sono quelli biblici legati

alla vicenda di Adamo ed Eva, fatti epici come quelli che sancirono l’avvio della guerra dl Troia ma anche le vicende legate

a personaggi come Guglielmo Tell, Isaac Newton, Steve Jobs o la Biancaneve di disneyana memoria.

Pochi simboli sono stati oggetto di una così intensa stratificazione di contenuti da parte della cultura occidentale, non stupisce

dunque che in un artista storicizzato come Vanni Viviani la mela divenga il perno figurativo intorno al quale fondare la propria arte.

Il frutto costituisce una sorta di escamotage con cui sondare le diverse epoche artistiche, di cui Viviani sfoggia una disinvolta conoscenza.

Quello dell'artista e infatti uno stile citazionista, fatto di rimandi, in cui la mela diviene l'espediente visivo attraverso cui citare illustri antenati come Leonardo, Piero della Francesca e Magritte o grandi stagioni artistiche come quella simbolista o metafisica.

Favole, eroi, arte, architettura, storia e visioni: nelle tele e sculture di Viviani è condensato tutto questo. Tra il frutto e il contesto

é in atto un sottile gioco di scambi e integrazioni, quasi a voler collocare l’immagine in perfetto equilibrio tra la matrice surreale

della visione e il solido impianto della pittura tradizionale delle nature morte.

Bianca Martinelli

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