L’impatto con la pittura di Francesco De Prezzo è avvenuto attraverso una mail. Proprio per questo, forse, ne rimango impressionato giacché non avrei dovuto esserlo: l’arte va vissuta. A fronteggiarmi un vortice di sensazioni nella forza di gesti virtuali, nella sintesi del bianco nero in una linea, nel piacere di una fotografia che la distanza galattica tra una scatola di pixel e la luce riflessa negli occhi non riescono a distrarmene pur nell’azzeramento dislocante percepibile. In altre parole l’illusione sullo schermo di simultanee intuizioni come se quella pittura s’espandesse nell’area visiva.

Le immagini, infatti, sembrano muoversi lungo una linea disegnata con pastello e cemento su tela ambientata in uno spazio architettonico bianco e minimalista della Ylium Gallery di Londra, e l’interpretazione si fa evento reale di un talento che ha ben saputo proporsi attraverso elementi rappresentativi differenziati e di particolare rilievo in questa contemporaneità artistica che ha appeso i pennelli in soffitta e pensa di poterne fare a meno.

Non così per De Prezzo che si muove nell’informale riferibile a Vedova e all’espressionismo astratto riconducibile a Barnett Newman, e che nel connubio tra le diverse arti, dai video alle performance, dalle installazioni alla musica, dalla fotografia al digitale, tiene la pittura in debito conto e usa anche le stesse mani a dipingere, a suon di musica verrebbe da dire a guardare il video di pittura d’azione, dove opera su grandi tele con l’istinto liberatorio di energie interiori che affida a prospettive reversibili della pittura gestuale.

Visitando il suo studio emerge la ricerca sul “confine” psichico che concepisce analizzando gli aspetti immateriali della pittura e la proposizione corporea all’estremo come nella performance “Act to suspace”, sospeso a una gru nel vuoto, o nei video dove lo spazio di una tela diventa mezzo di consapevolezza del “limite”, come luogo in cui trasporre la determinazione di raccontarsi, quando “il dolore non intende prestare ascolto alla ragione, perché il dolore ha una sua propria ragione che non è ragionevole”, scrive Milan Kundera. E’ l’ossessione di quanto più il nero è presente e più il bianco è leggero ad accogliere tracce di rosso vivificante, tra nuovi vincoli e nuove ombre che delineano la sua poetica come nella fisicità di un san Sebastiano o nell’urlo di Munch.

E’ il confronto con la realtà che conquista in Francesco De Prezzo la dimensione della forza espressiva esistenziale comune a tanti giovani tra sogni e turbamenti, teatralizzando a volte i propri sentimenti nella teoria junghiana dell’inconscio collettivo, ma l’animo è quello buono e la creatività ne è il collante, per far emergere il pensiero affrancato dalla soggettività nella coscienza di sé, magari ascoltando “Here comes the rain again” degli Eurythmics nell’arrangiamento degli Hypnogaja.

 

Andrea Barretta

contemporanea

10 gennaio > 7 febbraio 2015

Francesco De Prezzo: la coscienza di sé

 

A cura di Andrea Barretta

Allestimento di Riccardo Prevosti

 

E’ l’ossessione di quanto più il nero è presente e più il bianco è leggero ad accogliere tracce di rosso vivificante, tra nuovi vincoli e nuove ombre che delineano la sua poetica come nella fisicità di un san Sebastiano o nell’urlo di Munch.

Francesco De Prezzo alla Galleria ab/arte di Brescia con la mostra "La coscienza di sè".Francesco De Prezzo alla Galleria ab/arte di Brescia con la mostra "La coscienza di sè", a cura e presentazione critica di Andrea Barretta.Francesco De Prezzo e (a destra) Andrea Barretta all'inaugurazione della mostra "La coscienza di sè" alla Galleria ab/arte di Brescia.

Il giornalista e scrittore Andrea Barretta

con l’artista

Francesco De Prezzo

(a sinistra).