Dopo Corrente Un’esperienza artistica nel suo evolversi

 

In mostra opere di: Domenico Cantatore, Bruno Cassinari, Piero Gauli,

Renato Guttuso, Giuseppe Migneco, Ennio Morlotti, Gabriele Mucchi, Aligi Sassu,

Ernesto Treccani, Emilio Vedova.

 

Dal 25 settembre al 27 novembre 2010

A cura di Andrea Barretta       Allestimento di Riccardo Prevosti

 

Prorogata la chiusura  fino al 23 dicembre 2010

La mostra Dopo Corrente, a cura di Andrea Barretta, allestita nelle sale della Galleria ab/arte di Brescia, prende spunto da quanto già si prefigurava fin dagli inizi degli anni ‘40, nei due diversi filoni in cui si divisero gli artisti di Corrente, il movimento sorto nel 1938: la Corrente Realistica, sottolineata da un impegno politico e sociale e la Corrente Astratta. Quanto ha pesato l’impegno di questi artisti nell’arte che definiamo “moderna”? Arte significa impegno politico oppure nulla deve avere in comune con il suo utilizzo come impegno sociale? Questi gli interrogativi che la mostra Dopo Corrente pone, delineandone il profilo poetico dopo ogni idealismo e formalismo, dopo ogni retorica dell’arte che cade nel vago e nell’arbitrario. Nel Dopo Corrente non ci sono più “manifesti” o particolari ideologie e il modo di fare arte sarà molto diverso per ognuno di loro. Emergono nuove energie in cui possiamo ravvisare ancora e soltanto un denominatore comune: l’ambizione di separarsi dall’arte ufficiale così pregiudicata dal punto di vista politico.

La storia di Corrente, che fra il 1938 e il 1943 risulterà essere l’unico movimento artistico ad esprimere nuovi impulsi creativi in una Italia sonnecchiante agli eventi che pur si prefiguravano con toni minacciosi, è ancora tutta da scrivere insieme all’altro importante movimento, il Futurismo, che l’aveva preceduto e poi perso in quelle vicissitudini che Corrente invece pose come cardine del suo agire. Il Futurismo e poi Corrente, dunque, pur per ambiti diversi e per concettualità opposte, sono stati entrambi relegati in una retorica fascista il primo e antifascista il secondo, in una analisi politica incapace di uscire da un déjà vu che riporta sempre gli stessi sciatti stilemi senza sentire la necessità di raccontare la vera vita artistica prodotta non solo nell’arte ma pure nella letteratura, nella filosofia e in altre discipline della cultura in genere.

L’antefatto di Corrente è da ricercare con un cenno alla fine della Prima guerra mondiale che aveva lasciato dietro di sé morte e distruzione. Si sentiva una gran voglia di ricominciare, così pure nell’arte che paventava una rivisitazione dell’ordine, dello stile della classicità antica e dei suoi ideali, e guardava a un ritorno alla forma e alla composizione, dopo gli sperimentalismi delle avanguardie di inizio secolo. Avanzò così l’esigenza di un realismo fatto di rappresentazioni semplici e comprensibili che si realizzò con un gruppo di artisti che nel 1923 esposero per la prima volta a Milano sotto il nome di Novecento italiano. Nei dipinti si privilegiava la quotidianità, resa classica da uno stile ispirato all’arte del passato. Un’arte tutta italiana che nel corso degli anni Venti produsse un movimento di consensi anche da parte della critica, ma che negli anni Trenta finì per rispecchiare le esigenze culturali del regime che proprio nei fasti della classicità trovava la sua più forte rappresentazione.

Una prima opposizione a tale situazione si ebbe a Milano da alcuni critici, artisti e intellettuali, e dall’inaugurazione di due gallerie in cui si ritrovavano: “Il Belvedere” e “il Milione”. Su questo humus culturale nacque la rivista Corrente - e intorno ad essa il gruppo di artisti che ne prese il nome - dove confluì il dissenso sia culturale che politico, in un panorama artistico del tempo che comprendeva sia la Torino dei Sei (Paolucci, Chessa, Levi, Galante, Boswell e Menzio) sia la Roma della Scuola di Via Cavour poi chiamata Scuola Romana (Mafai, Raphael, Scipione, Afro, Capogrossi, Pirandello).

Fondata a Milano dal diciassettenne Ernesto Treccani nel 1938, l’artista ne fu il direttore fino alla soppressione voluta dal regime con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Fra i collaboratori Vigorelli e Dino Del Bo, De Grada e Dino Formaggio, Lattuada e Comencini, Quasimodo e Vittorini, Montale e Saba, Gadda e Carlo Bo. Fra gli artisti Birolli e Cassinari, Guttuso e Manzù, Migneco e Morlotti, Sassu e Vedova che rifiutavano sia il classicismo sia il cerebralismo dell’arte astratta e s’affacciavano sulle avventure artistiche europee, guardando a Picasso e a Van Gogh (ma anche a Ensor, Munch, Kierchner), alla pittura postimpressionista ed espressionista. Inizialmente Corrente fu un movimento tollerato dal fascismo - che considerava gli intellettuali e gli artisti una élite cui concedere alcune libertà di pensiero negate al resto della popolazione - e riuscì a formare la figura dell’intellettuale non fascista, così come contemporaneamente, in Germania, per gli artisti della Nuova Oggettività, l’espressionismo fu invece la svolta polemica contro il regime nazifascista.

La prima mostra del gruppo si tenne al Palazzo della Permanente di Milano nel 1939 cui seguirono quelle organizzate nella Bottega di Corrente, la piccola galleria in Via della Spiga che diede ancora voce al gruppo nell’attività artistica ed editoriale fino al 1943 (con l’irruzione della polizia durante una mostra di Vedova). Anni molto importanti per quello che riguarda gli sviluppi di quello che succederà in seguito.

Se è vero che Corrente fu un movimento nato per quell’idea di esistenza legata alla politica come relazione sociale tanto quanto l’arte come espressione di coinvolgimento civile dell’artista stesso - ne è un esempio il David di Manzù del 1939, una scultura in cui l’eroe è visto come un antieroe ed è ritratto in modo dissacratorio in una posizione accovacciata - tale concetto diventa la chiave di lettura della rassegna che ab/arte propone nelle sue sale a Brescia. L’intento di questa mostra non è quello di presentare opere di quegli anni ma di rendere omaggio alla vita artistica che Corrente cementò nella sua funzione rivoluzionaria della pittura, punto di partenza per la storia dell’arte italiana del dopoguerra, del Dopo Corrente, appunto, analizzando il lavoro di quegli stessi artisti protagonisti di una stagione capace di coinvolgere l’interesse di tutti indipendentemente dalla propria estrazione culturale e dalla provenienza e formazione.

Il dibattito in Italia si apre già agli inizi degli anni ‘40 quando si crea un gruppo di cui fanno parte molti degli artisti di Corrente - primo fra tutti Emilio Vedova - i quali, negli incontri a volte anche molto accesi, daranno vita a nuove consapevolezze nello scrivere i manifesti “Oltre Guernica” e subito dopo quello del “Realismo” che non può non tenere conto dei drammatici momenti contingenti. La mostra Dopo Corrente prende dunque spunto da quanto già si prefigurava fin da allora nei due diversi filoni in cui si divisero: quello realista (Guttuso, Morlotti, Sassu, Treccani e Mucchi) e quello espressionista (Cassinari, Migneco). Era, in sintesi, la Corrente Realistica, sottolineata da un impegno politico e sociale e la Corrente Astratta. Intanto cresceva in questo Dopo Corrente il Fronte Nuovo della Arti (cui aderirono Guttuso e Vedova), con un’apertura verso l’avanguardia europea, ma dalla vita breve: 1946/1949. A seguire il Gruppo degli Otto e del Movimento Realista.

Una storia complessa che ieri come oggi pone l’annosa questione del realismo e dell’astrattismo o di un’arte non figurativa o geometrica: linguaggi che s’accodano ancora una volta alla politica e alla sostanza di una controversia che contrapporrà il Comunismo e la Resistenza, arte e artisti in una dialettica che andrà avanti per alcuni decenni. E’ su questo confronto, il conflitto tra “astrattisti” e “realisti”, che la mostra intende entrare aprendo una porta sul Dopo Corrente. Quanto ha pesato l’impegno di questi artisti nell’arte che definiamo “moderna”? Furono innovatori pur nel rispetto della tradizione formale classica o interpreti della pittura europea con una

vicinanza alla realtà? Arte significa impegno politico oppure nulla deve avere in comune con il suo utilizzo come impegno sociale? Questi gli interrogativi che la mostra Dopo Corrente pone, delineandone il profilo poetico dopo ogni idealismo e formalismo, dopo ogni retorica dell’arte che cade nel vago e nell’arbitrario, condividendone nell’esperienza la percezione nella Guernica di Picasso del simbolo della lotta contro la barbarie di ogni guerra. Nel Dopo Corrente non ci sono più “manifesti” o particolari ideologie e il modo di fare arte sarà molto diverso per ognuno di loro. Emergono nuove energie in cui possiamo ravvisare ancora e soltanto un denominatore comune: l’ambizione di separarsi dall’arte ufficiale così pregiudicata dal punto di vista politico (rimpianto, nostalgia?).

Un altro tassello di Dopo Corrente, in questo percorso espositivo, prenderà forma di fronte ad una memoria frammentaria che ha elaborato fatti approssimativi e un’idea distorta che non ha aiutato a capire quale collocazione abbia avuto Corrente nella cultura artistica italiana di quel periodo e nel suo dopo che non può prescindere dalla sua genesi. Non è facile, e per questo intendiamo dare solo uno spunto per approfondirne l’arte in sé, per conoscerne il clima carico di tensione lirica, la ricerca del colore, lo studio della materia, l’analisi della luce.

Nel 1944 il gruppo di Corrente era ormai disperso, oltre sessant’anni dopo la Galleria ab/arte di Brescia ne raccoglie l’eredità, presentandone gli sviluppi con opere degli stessi artisti che ne fecero parte: Domenico Cantatore, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Giuseppe Migneco, Ennio Morlotti, Gabriele Mucchi, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, e un acquerello di Piero Gauli, del 1949, che oggi è l’unica grande personalità di Corrente ancora vivente.

 

Andrea Barretta

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