Bresciaoggi, 17 aprile 2014, Steduto, l’astratto e l’informale, monografia d'arte e mostra a cura di Andrea Barretta.
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Bresciaoggi, 28 maggio 2015

Ghidini, la città ideale paese delle meraviglie

 

L’arte di Pier Luigi Ghidini è un’interrogazione costante sulla percezione del luogo in cui viviamo, che nelle sedimentazioni architettoniche degli edifici, da quelli austeri romanici alle tozze torri medievali, dalle armoniche e ordinate strutture rinascimentali fino alle squallide facciate moderniste, di edilizia popolare, condiziona e accompagna la secchezza della vita, scandita dal difficile rapporto tra uomo e natura.

Ma e proprio questa ibridazione della natura, qualificabile oggi come arredo urbano con i suoi enormi vasi di plastica disseminati in città, ad essere convertita in forme dell’assurdo, tanto che i plasticati e giganteschi vasi urbani sono ora trasformati in improbabili portaombrelli, o contenitori, capaci di ospitare giardini pensili con florescenze simili a lanterne, o villaggi con svettanti ciminiere, che, come candeline tra minuscoli cipressi, sbuffano incessantemente fumo bianco.

Le opere pittoriche di Ghidini, presentate in questa mostra, accompagnata da un corposo catalogo con testo di Andrea Barretta, traducono la realtà in visione fantastica e ideale, che accoglie, nella forza della luce di tanti soli e lune, la vivacità di campiture di colori, distesi su un paesaggio trasognante e gioioso.

L’artista eleva ogni borgo, o centro abitato, in paese delle meraviglie, percorso da ondate di venti dai mille colori pastello, in paesaggi retti da una perfetta armonia delle forme naturali e architettoniche.

In questi luoghi dell’anima, l’artista ci invita a perderci, perché qui lo smarrimento è approdo poetico, orchestrato dal sicuro intarsio di forme dalle proporzioni geometriche armoniose, impreziosite da un ricercato e sereno alternarsi di contrasti e assonanze cromatiche.

In questa scenografia di elementi festosi e fiabeschi, compare, poi, un filo bianco e rosso, che trasmette incessantemente energie segrete, utili ad accendere misteriosi narrazioni domestiche.

Giampietro Guiotto

 

Bresciaoggi, 11 ottobre 2014

Il bello e il suo contrario: il falso secondo Barretta

Per l'autore la cultura del trash finisce col demolire l'arte

 

In una famosa intervista di Klaus Davi al filosofo Hans-Georg Gadamer nel 1989, quest'ultimo sosteneva che di tutto quello che veniva prodotto nell'arte contemporanea, e ingenuamente esaltato dagli specialisti, ciò che era ritenuto valido non superava senza ombra di dubbio il 5 per cento. Dunque, già Gadamer designava la crisi dell'arte come sistema simbolico in grado di cogliere la complessità di una realtà sempre più virtuale, cyberspaziale e altamente mercificata. Su tale posizione sembra accordarsi la tesi di Andrea Barretta, che trova l'arte d'oggi un terribile insieme di mode, mercantilmente vantaggiose, ma evitabili sotto il profilo critico. 
Nel suo volume «L'arte, la bellezza e il suo contrario», che verrà presentato oggi alle 18 alla Galleria ab/arte, in vicolo San Nicola 6, l'autore si mostra, appunto, molto critico sulle vicende del contemporaneo, denunciando come i binomi - di solito posti in opposizione - etica ed estetica, immanente e trascendente, indecisione e scelta, arte e affari, ma anche tradizione e novità, arte e filosofia, arte e non arte, oggi si accordino e si equivalgano, favorendo falsità e fraintendimenti interpretativi. 
Attraverso una scrittura colta e provocatoria, l'autore fin dalle premesse si interroga sul significato di «arte» nell'era della
riproducibilità tecnica, sul concetto di bellezza dispersa e bruttezza dilagante, per approdare, infine, alla filosofia dell'arte, che dovrebbe decretare, soggettivamente o oggettivamente, quando un'opera «è bella per sempre». 
Partendo dalla premessa «L'arte è epifania dell'irrazionale» e concludendo con «L'arte come estremo strumento di resistenza», il saggio si divide in tre parti: la prima invoca la necessità di un nuovo «Rinascimento», perché l'arte non sembra più essere in grado di ottemperare al bisogno di spiritualità di cui la società abbisogna. L'autore chiede sommessamente all'arte di rinunciare all'impresentabile, come per esempio al
«Piss Christ», sommerso nell'urina del fotografo Andres Serrano, o al Cristo in abito da sera, accanto al cadavere della Madonna, nell'opera «Pietà» di Jan Fabre. Dall'estetica del brutto si passa, nella seconda parte del saggio, alla cultura del trash, che «adagiandosi in un linguaggio di denuncia interminabile», demolisce l'arte stessa. Nella terza e ultima parte, poi, la demistificazione del sistema dell'arte esplode, per invitare il lettore a prendere coscienza dell'esistenza di una particolare «luce», che squarcia per sempre l'oscurità. 

Giampietro Guiotto

 

Bresciaoggi, 17 aprile 2014

Steduto, l’astratto e l’informale

 

Il colore, come la musica, si serve di squarci improvvisi, che raggiungono immediatamente i nostri sensi e suscitano emozioni. È così che l'artista Giovanni Steduto iscrive le sue opere tra l'abbandono del sentimento e la rimembranza di luoghi e paesaggi della memoria, stratificati poi in pittura astratta e informale, carica di opachi pigmenti di radici, canape, cementi e reti di plastica. 
La materia indaga, così, il dolce fondersi delle trasparenze cromatiche, svela e nasconde universi dispersi in nebbie colorate e lontane, fino a trasformare lo spazio visivo in una visione sfuggente, pittorico-scultorea, coperta da un manto di
mezze tinte, nel quale si inerpicano spessi rilievi e fibrosi strati di colore. 
L'artista sembra volere raccogliere frammenti di un paesaggio dimenticato, penetrare in quell'universo dello spirito, nel quale ora il flusso del pensiero razionale, legato alla forma precisa, traballa, lasciandosi gioiosamente trasportare da una pittura fluida, libera e astratta, che trascina con sé tinte contrastanti e gradazioni cromatiche, timbri cangianti e forme illusorie, sempre cariche di luce. E' proprio la luce che Steduto ricerca, sostanza evanescente e incorporea che ricopriva originariamente la forma, ora scomparsa. 
La pittura astratta, però - e lo dimostrano tutte le opere di questa
mostra personale, curata da Andrea Barretta -, anche se ha voluto inabissare la forma, porta sempre con sé la forza e la bellezza della luce e del colore, trattenute nelle patine del tempo, nelle paste, nelle macchie e nelle tracce, che l'artista deposita. 
La luce è l'alba del mondo, abbaglio di tantissimi colori trattenuti dalla vibrazione; è vita, sembra dirci Steduto, per cui l'artista è cantore della gioia di vivere, colui che con lo sguardo s'inabissa nel profondo e nello sconosciuto, per condurci in universi lirici, imprevedibili ed evocativi. 
Nei piccoli altorilievi, composti da brandelli di
canapa, di cemento e sabbie, l'immagine è ormai dissolta, mentre le pennellate di colore seguono dolcemente il gesto delicato della mano dell'artista, che ricerca l'armonia e l'espressione lirica. 
Tra bagliori e interferenze cromatiche, folgorazioni di luce e campiture, stese con andamenti orizzontali e legate ai valori percettivi del paesaggio, l'artista assapora le palpitazioni dell'animo, libera il proprio flusso di ricordi e fa emergere ciò che accade dentro la mente, ossia quel caotico flusso di coscienza, o fiume in piena, che attende per scaricarsi e divenire opera. 
L'energia delle acque e dei colori rigonfia
la materia e la rigenera in un flusso incessante, che scava e si dilegua nello spazio, per sconfinare nell'immensità e profondità dell'esistenza.

Giampietro Guiotto

 

 

Bresciaoggi, 3 ottobre 2013

Novecento, l'arte in movimento

 

MOSTRE. Alla galleria di Vicolo S. Nicola una selezione di opere dei maggiori autori di quegli anni di cambiamento.


Presenti nomi chiave come Arman Renato Guttuso, Ennio Morlotti, Bruno Munari, Mario Schifano Emilio Vedova e Giulio Turcato

 

La fine della seconda guerra mondiale portò con sé un cumulo di macerie e una gravissima crisi di civiltà, che mettevano in forse l'irreversibilità di quei valori su cui si fondava lo storicismo umanistico e la stessa idea di Europa come culla di cultura. Se gli anni del ritorno all'ordine e del Realismo magico avevano esaltato il soggettivismo nella staticità e nella calma della figura, intesa come elemento imprescindibile dell'arte, gli anni '50, invece, videro nell'arte europea, in particolare in quella italiana, la radicalizzazione dell'opposizione tra realismo e formalismo, bilanciata da un insieme di ricerche formali, legate al tema del movimento. La selezione di opere esposte alla Galleria Ab/arte, nell'evidenziare l'eclettismo e la pluralità degli intenti espressivi di quegli anni, sottolinea la difficile e sofferta riflessione del ruolo sociale dell'arte italiana del secondo dopoguerra, contaminata ideologicamente dal comunismo reale dell'Est e dal liberalismo dell'Ovest. Si rivisitano e si recuperano in quegli anni le forze dirompenti delle Avanguardie storiche, nella prospettiva di creare un'arte socialmente e politicamente impegnata e fiancheggiatrice della lotta di classe marxista; si mettono a fuoco le nuove filosofie della crisi, come l'esistenzialismo di Martin Heidegger, di Maurice Marleau-Ponty e di Jean Paul Sartre, per constatare l'egemonia del mercato americano dell'arte e il diffondersi dello strapotere consumistico capitalista. Queste pulsioni, e il doppio fronte di rinnovamento dell'arte e della società italiana, trovano risposte nelle opere astratte di Carla Accardi e Piero Dorazio, appartenenti al Gruppo Forma 1, nelle opere figurative del Realismo sociale di Renato Guttuso e in quelle non-figurative di Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato ed Emilio Vedova, del Gruppo degli Otto, i quali ultimi non escludono l'emotività naturalistica del colore. Nelle opere di Franco Angeli, Enrico Baj, Mimmo Rotella e Mario Schifano confluiscono, invece, gli echi della Pop Art americana, con smalti e riporti fotografici, che rielaborano in chiave simbolica emblemi del potere, come la svastica, il dollaro o la lupa capitolina. Arman annuncia la fine della pittura con un'immagine di pennelli usati sgocciolanti e Lucio Del Pezzo, del Gruppo 58, sorto nel '58 a Napoli per poi aderire subito al movimento nucleare di Milano, rilancia un surrealismo dai toni informali e dadaisti, caratterizzato da geometrie essenziali di sapore metafisico. Bruno Munari, infine, rivendica l'importanza del gioco e la contaminazione fra le arti e le infinite possibilità della percezione, in ogni sua forma. Ognuna di queste posizioni racchiude in se stessa la difficoltà di generare nuovi linguaggi, avvertiti come crisi profonda della rappresentazione e dell'arte «classica», e che generano, più che la morte dell'arte, come voleva Gian Carlo Argan, quella dei saperi storicizzati. Collettiva: «Il Novecento in movimento»; Brescia, Ab/arte Galleria d'arte moderna e contemporanea (vicolo San Nicola 6); fino al 26 ottobre.


Giampietro Guiotto

 

Bresciaoggi, 11 luglio 2013

Mimmo Rotella, gli strappi che ricostruiscono la memoria

 

MOSTRA. Alla galleria Ab/arTe le opere dell'esponente del gruppo del Nouveau Réalisme.

Ai manifesti cinematografici l'artista affida la lacerazione e la consapevolezza di un magico mondo

ormai consumato

 

Con l'invenzione nel '53 del décollage, che consisteva nella sottrazione di frammenti cartacei da un'immagine pubblicitaria unitaria, Mimmo Rotella si consacrò, sul finire degli anni '50, il maestro dello strappo, unico artista non francofono all'interno del gruppo francese del Nouveau Réalisme. Il furto di manifesti pubblicitari, già affissi e ridotti in frammenti incollati poi su tela, gli permise, negli anni seguenti, il superamento della pratica pittorica e il distacco dalla diatriba in corso tra artisti astratti e quelli neorealisti, mentre l'avvalersi di quella nuova materia viva, prelevata dai muri delle città, lo portò allo sconfinamento e alla sperimentazione sfrenata di tecniche e supporti pittorici e fotografici, che, dal décollage all'effaçage, dal frottage all'Artypo, lo condussero verso una sintassi costruttiva incessante, durata fino alla morte nel 2006. Nella selezione di opere di questa mostra bresciana, interamente dedicata alle icone cinematografiche di Cinecittà e di Hollywood, strappate dai muri di Roma, Milano e Parigi, i volti di divi come Liz Taylor, Marilyn Monroe, John Wayne e Ingrid Bergman, emergono nostalgicamente in superficie come brandelli di una realtà destinata all'oblio. La volontà di gettarsi nel caos del mondo, di estrarne relitti all'apparenza insignificanti, di riscattare attraverso il metodo dell'appropriazione/distruzione poster del cinema, porta l'artista a fare emergere strati colorati di immagini sottostanti, quasi a sottolineare l'incessante sovrapposizione della merce e dei miti del tempo. L'opera, prodotta attraverso coperture, strappi e sottrazioni di immagini pubblicitarie di film di successo, è concepita come campo di azione visiva e pittorica, variazione, modifica e arricchimento dell'immagine integra e originale, che muta da strumento pubblicitario a visione artistica. Nell'inedita deflagrazione dell'immagine, che unifica costruttivamente elementi segnici appartenenti a pittura, fotografia, parola e pubblicità, l'artista sceglie accuratamente i cartelloni dipinti con gusto da rotocalco illustrato, che esalta gli amati divi del cinema. Non si osserva qui alcuna forma di concettualizzazione dell'oggetto reale, ma prelievo e appropriazione di frammenti di un racconto visivo strappato per le strade, nel pieno del boom economico e della rinascita consumistica. Nella revisione dello statuto dell'oggetto artistico, , i manifesti cinematografici si trasformano in riflessione sul ready-made, in opere costituite da strati di senso e memoria, cari all'iconologia popolare. Tolti dal loro mondo, essi ricompaiono nel mondo dell'arte sottoforma di frammenti, mentre agli strappi, non casuali, l'artista affida la lacerazione e la consapevolezza di un magico mondo dell'apparenza, ormai consumato.

 

Giampietro Guiotto

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Bresciaoggi, 28 maggio 2015, di Giampietro Guiotto. Ghidini, la città ideale paese delle meraviglie. Mostra a cura di Andrea Barretta. L’arte di Pier Luigi Ghidini è un’interrogazione costante sulla percezione del luogo in cui viviamo, che nelle sedimentazioni architettoniche degli edifici, da quelli austeri romanici alle tozze torri medievali, dalle armoniche e ordinate strutture rinascimentali fino alle squallide facciate moderniste, di edilizia popolare, condiziona e accompagna la secchezza della vita, scandita dal difficile rapporto tra uomo e natura.
Bresciaoggi, 11 ottobre 2014. Il bello e il suo contrario: il falso secondo Andrea Barretta. Per l'autore la cultura del trash finisce col demolire l'arte.
Bresciaoggi, 3 ottobre 2013, di Giampietro Guiotto. Novecento, l'arte in movimento. Mostra a cura di Andrea Barretta. Alla galleria di Vicolo S. Nicola una selezione di opere dei maggiori autori di quegli anni di cambiamento. Presenti nomi chiave come Arman Renato Guttuso, Ennio Morlotti, Bruno Munari, Mario Schifano Emilio Vedova e Giulio Turcato.
Bresciaoggi, 11 luglio 2013, di Giampietro Guiotto. Mimmo Rotella, gli strappi che ricostruiscono la memoria. Mostra a cura di Andrea barretta Alla galleria Ab/arTe le opere dell'esponente del gruppo del Nouveau Réalisme. Ai manifesti cinematografici l'artista affida la lacerazione e la consapevolezza di un magico mondo ormai consumato.