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Giornale di Brescia, 18 aprile 2015

Lungo il ’900 riscoprendo le avanguardie

Si è fatto paladino di un’arte che trova nel rigore formale il suo senso profondo e un argine a quello che ritiene un deragliamento, tutto contemporaneo,verso linguaggi che tutto giustificano in nome del mercato. E con queste premesse il critico Andrea Barretta presenta, nella sua galleria di Vicolo San Nicola 6, in città, una selezione di opere grafiche di autori italiani del secondo ’900 che hanno attraversato le avanguardie. Oltre il figurativo (Fiume, Migneco, Morlotti, Sughi, Tornabuoni), l’astrattismo (Dorazio, Perilli, Munari) o il gestuale (Schifano), attraverso lo spazialismo (Fontana) e il pop (Festa, Rotella, Fioroni), il nucleare (Baj, Fergola) e la transavanguardia (Chia), a reggere il tutto è il senso di una ricerca che supera i confini ell’accademia, senza mai perdere d’occhio armonia e bellezza.

Giovanna Capretti

 

Giornale di Brescia, 17 gennaio 2015

Segni nello spazio come misura del sé

È un artista ambizioso, il giovane (ha 20 anni) Francesco De Prezzo, bresciano d’adozione. La sua ricerca artistica attraversa indifferentemente pittura, video-arte, installazione, performance, ruotando tutta attorno al concetto di «coscienza del sé», intesa come possibilità di misurarsi e interagire nello spazio attraverso il moto del corpo o il gesto. Tra i progetti passati, una performance in cui è rimasto sospeso a braccia aperte ad una gru, installazioni plastico-pittoriche con strutture di legno e stracci. Da ab/arte presenta opere a tecnica mista su carta e su tela nelle quali il segno (sottile linea d’orizzonte o intervento gestuale) diventa misura dello spazio o violenta deformazione del reale, che si intravede negli elementi formali che richiamano corpi, paesaggi, oggetti. L’impressione è quella di un corpo a corpo ingaggiato dall’artista con la realtà, da sfidare nelle sue leggi fisiche o da dilaniare con il gesto pittorico in opere cariche di energia. Il rischio è però quello dell’abbandono edonistico ad un caos non governato, o ad una autoreferenzialità che (ne sono testimoni i video su YouTube) sfiora il narcisismo.

Giovanna Capretti

 

Giornale di Brescia, 18 gennaio 2014

Giuliana Montanari, storia di pagine incise

tra cieli trapunti di stelle e aquiloni librati nel vento

 

«Storia di pagine incise». Sono racconti di vita, narrazioni di momenti di felicità, desideri affidati a stelle cadenti in una notte d’agosto, lettere scritte a interlocutori celesti le incisioni di Giuliana Montanari, di cui la galleria Ab/arTe presenta una piccola ma significativa antologica, a cura di Riccardo Prevosti (catalogo di Andrea Barretta) dalle prime prove degli anni Settanta alle recenti sperimentazioni anche con ago e filo sulla carta stampata, attraverso le acqueforti e acquetinte «notturne» dell’ultimo decennio del secolo.

Un lavoro in divenire,variegato negli esiti, sempre però sorretto da una ispirazione affidata alla natura, e dalla ricerca di una profondità spaziale, quasi una tridimensionalità, anche sulla superficie bidimensionale dell’opera.

La natura è quella liquida e terrestre delle conchiglie e dei minerali di opere come «Il tempo e la pietra», «Quando l’oceano diventa tempo», «Ametista», tutte degli anni Ottanta, nelle quali l’acquaforte e l’acquatinta si affidano a colori pastello quasi innaturali, e alla lavorazione a rilievo che pare seguire le curve delle conchiglie o le fratture della pietra. Da qui, Giuliana Montanari passa alle visioni notturne delle cartelle (l’artista predilige le serie di carte accomunate dal tema o dal titolo) elaborate negli anni Novanta: «Ascoltando Messiaen», «Sulle orme di Ulisse»,«Il libro del 1989»,«Lettere aperte»: dall’oscurità di cieli fondi emergono bagliori di stelle, squarci lunari, pianeti in orbita, mondi misteriosi a cui affidare mute preghiere. La luce puntiforme delle costellazioni sembra emergere da una dimensione oltre la superficie della carta, aprendo a una tridimensionalità prima solo apparente, poi cercata dall’autrice anche attraverso tagli, e la memoria corre a Lucio Fontana, che pure creò sulla tela costellazioni minerali.

L’approdo è alla luminosità e al ritrovato cromatismo quasi naïf delle ultime cartelle, dove in cieli di bianco abbacinante volano aquiloni e farfalle,vele, fiori e stelle, tenuti assieme da catenelle cucite a mano, impunture che attraversano le carte recuperando la manualità artigianale che sta alla base anche dell’incisione. Una strada nuova è aperta, fatta di leggerezza e di eleganza formale che ricorda certo simbolismo Art Nouveau (negli otto fogli di«Preghiera», del 2010) e che annuncia una dissoluzione della forma nella linea, in uno spazio evanescente.

Giovanna Capretti

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