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Vivicentro 3 giugno 2017

Giovanni Cristini dipinge la rinascita dell’arte

di Andrea Barretta

 

La pittura di Giovanni Cristini, in mostra alla “Galleria ab/arte” di Brescia, è tema prevalente in termini ideali, e prende l’avvio da un linguaggio culturale cercato nei particolari, come per uno scrittore, nel dichiararsi non un vedutista ossequioso in senso univoco, e sarà il trasporre aspetti del tutto nuovi, per coglierne il lato viscerale rispetto a quello avvertito, che rende concreto nei suoi ultimi lavori. Ora, continua la figurazione di contenuti intellettuali in spunti di modello per l’appariscenza idilliaca anziché in una escursione bucolica, ma precisa la sua poetica come mezzo di connessione tra immanenza e trascendenza nella dimensione di una comunicazione che manifesti se stesso nel catturare le coscienze, nella voglia di affrontare il mondo.

Ora è là dove il poeta si è rivelato un artista en plein air e l’artista un traduttore dell’afflato lirico, insieme per la capacità di rappresentare la vita con la parola, e lo stupore con la pittura. Ecco, l’impeto creativo: una possibile ricapitolazione di percorsi nell’essenziale assunto a momento poetico e artistico, in dialogo e complici, nell’aggiungere soluzioni per un alfabeto di composizioni tonali a riportarci sulle tracce della bellezza. Per questo dipinge per costruire la libertà, e ci consegna i suoi ultimi esiti, mentre rubrica nella pittura l’artista che non intende restare perennemente alla finestra, nel ripetersi di giorni uguali per una umanità in mille altre faccende affaccendata. E questo a noi può bastare, se osserviamo l’universale sentimento dell’arte, quello dell’impegno etico, che comunica con semplicità non priva di grandezza, senza utopie né dogmi, ma con l’attesa di un domani migliore in cui credere, di un’arte che sia rinascita. Non solo. Nelle opere di Giovanni Cristini c’è la passione per il disegno che sopravanza come segno di base nella sua produzione, e nella percezione di un chiaro riferimento all’arte figurativa fin dal titolo della mostra: “La mimesi nella pittura di Giovanni Cristini” che dà il titolo anche a una monografia d’arte a comprendere tutta la produzione degli ultimi anni del nostro artista. Una pittura singolare che qualcuno definirebbe d’altri tempi, che vuole riprodurre dal vero più che affidarsi all’inventiva che spesso - bisogna pur dirlo - frena e ferma molti nell’ancorarsi alla sola fantasia. Perché, comunque, riesce a trasformare la realtà in un prospetto della condizione umana in misure diverse nel descriverla, in scene in cui predomina la desolazione, dalla fatica di vivere all’indifferenza, su cui s’interrogava Kierkegaard, nella solitudine del singolo estraneo all’umanità contemporanea.

Sicché sovverte elementi del passato nel presente, archetipi che per lui sono effigie di un’eredità in cui scoprire la discontinuità, nel riconoscere, come per Jung, esemplari della natura umana, e senza per questo andare attraverso “vie tortuose per arrivare alla verità”, come nell’accezione di Nietzsche. Pertanto, esprime un suo metodo nella scelta dei temi, e attiva processi di elaborazione a cominciare da una pedagogia dell’immagine che trae dalla fotografia come fonte ispiratrice: in sostanza è l’esame di ciò che lo circonda a entrare nel suo studio come se una modella fosse presente o un paesaggio intorno a lui. Quasi a ricalcare un richiamo a esperienze letterarie nel considerare l’idea di pittore formulata da Paul Valéry, che lo descrive come chi “non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà”.

Sembra quasi che il nostro autore assembli teorie coloristiche piuttosto che prefigurare forme, nel travolgimento di spazi, frutto della spontaneità nel plasmare ecosistemi per un’arte in grado di ascoltare il mondo. E a un’attenta ricognizione emerge una condivisione iconografica nella dialettica esterno-interno e corpo-natura, perché le sue opere non sono mai lontane dal suo sentire, in continuità con la sua ricerca. Ne è traccia tangibile il fine espressivo che si fa sempre più simbolico nella metafora dell’uomo in alto mare come spighe che ondeggiano al vento nell’attuale mal di vivere, e all’opposto sapersi ancora meravigliare nel trasfigurare la coerenza nell’immediatezza del sentimento.

Così per il nostro autore, che nasce nel 1970 a Iseo, in provincia di Brescia, e risiede fino a quattordici anni a Vello, borgo sul lago d’Iseo tra le rocce del monte Vignole, la Corna dei Trentapassi, e il campanile della chiesa di Sant'Eufemia che s’inarca ad abbracciare la montagna, è qui che prende avvio l’amore per la natura, l’esaltazione della proporzione che fin da ragazzo gli insegnava la strada. Scrive, infatti, Alessandro Pizzamiglio, che “a differenza di chi è cresciuto in città questa località possiede alcune peculiarità che inevitabilmente si fondono negli abitanti: l’aspetto lacustre e la potenza delle rocce a picco nel lago”. Giacché, aggiunge, come affermava il filosofo Ralph Waldo Emerson, “un pittore mi disse che nessuno può disegnare un albero senza diventare in qualche modo un albero; o disegnare un bambino studiando soltanto il profilo della sua forma … ma col guardare per un po’ di tempo i suoi movimenti e i giochi, il pittore entra nella sua natura e quindi può disegnarlo”.

Resta, dunque, per Giovanni Cristini l’immortalare vedute e scorci in una passeggiata nel tempo, come per le strade medievali che accomunano i piccoli paesi iseani e della Valle Camonica, in abitati ricchi di storia, tra gente dedita al lavoro, o in una natura popolare come parte prospetticamente più lontana su cui campeggiano primi piani. La scelta è da protagonista ed è sempre più decisa, in una produzione a largo respiro per tele su cui lasciare un’originalità contenutistica nei ritmi della vita proiettata verso l’orizzonte. Sono inedite impronte nella poliedricità di abbozzi fruibili che slegano complessità intuitive come fondamento della superficie che rifrange l’alba, il giorno o la notte, di là da proiezioni oniriche nel magico incontro fra terra e cielo che scintilla al sole o alla luna. Così come le stagioni si susseguono nella magnificenza del creato, che Cristini quasi ci fa sentire e non solo vedere, nel profumo dei fiori, nel canto degli uccelli, nell’aspro odore dell’erba tagliata o nell’oro del fieno su campi assolati. E’, in definitiva, un’altra misura a indicare che c’è qualcosa di più nell’ordine dei rilievi che seguono la prospettiva verso passaggi tonali che sovrintendono un assetto compositivo con al centro lo spazio, la figura nel ritrarre la grazia e la seduzione femminile. Mentre la dimensione è nei contenuti introspettivi e nell’interazione con le pulsioni che scaturiscono dal legame post moderno di inedite sperimentazioni.

Il richiamo esistenzialista matura negli ultimi anni nell’introdurre un ritorno agli attriti nel mito del progresso, e accentua il corso di semplificare l’immagine, per capire la direzione dei moti della morale e la credibilità da dare alla cultura della realtà stessa. E sottintende la prudenza nell’immediatezza che presenta la carica di pathos spirituale che Cristini cerca di non mantenere immobilizzata sulla classicità ma acquisendola strettamente come tramite. Ed è sintomatico il come riesca oggi a trovare nuova vitalità e significanti in una disamina dell’arte contemporanea che rifiuta la pittura tradizionale e che molti - sbagliando - la indicano come morta, molto dopo il primo grido che fu di Hegel ma per tutt’altre ragioni che non quelle di “mercato” cui l’arte oggi è vassalla.

Per questo, una condotta che fa emergere ricordi non può non trarre origine da un mutamento interiore che Cristini intreccia in un dialogo di superamento dei limiti, rivelando lacerazioni ma anche l’afflizione e la sconfitta, nella disumanizzazione dell’uomo contro l’uomo nella società contestualizzata.

Eppure la sofferenza è la condizione a priori per ridurre la distanza fra la propensione espressionista - di avvantaggiare il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile - e il realismo che favorisce l’individuo piuttosto che l’estetica, nel legittimare il ruolo salvifico dell’arte. Un momento per riconoscere la nascita e la morte, per rinviare sull’attuale deriva culturale, per entrare nella giusta entità dei valori, riscontrabili, scrive Pizzamiglio, nel suo “profondo legame con la terra natia, da dove trae l’energia e il mistero della sua arte; nella profondità del lago d’Iseo e i panorami mozzafiato in cui è cresciuto”, visti anche dal trenino che attraversa il paese e che spesso prendeva per raggiungere Brescia dalla Valle Camonica in un realismo acuto e deturpante.

Sono questi riferimenti a guidare il suo profilo artistico, autore contemporaneo nei risultati della pittura in quanto oggetto di descrizione dell’apparenza di procedere nel sicuro porto del concerto tra uomo e natura. Potremmo parlare di mimesi, per contestualizzare il verosimile, e soffermarci sulla poetica rivelativa del presente nella pittura di Giovanni Cristini, su quella discontinuità-continuità che è il nesso nel rivendicare l’evenienza di metabolizzare discipline, poiché per l’artista la natura è compiuta e l’arte può solo aggiungere.

 

Andrea Barretta

 

La mostra è visitabile con ingresso gratuito fino al 24 giugno 2017 dal giovedì al sabato: ore 9.30 - 12,30 e 15,30 - 19,30.

“Galleria ab/arte”, Vicolo San Nicola 6, Brescia. Info: 030 3759 779.

A cura di Andrea Barretta; progetto allestimento di Riccardo Prevosti; relazioni esterne di Umberto Chiusi; coordinamento di Gianni Eralio; management di Alessandro Pizzamiglio.

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