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Bresciaoggi, 29 settembre 2012

La Pop Art 50 anni dopo

 

La data di questo Taccuino ci riporta proprio là, agli anni sessanta, quando la data era titolo di una canzone dell'Equipe 84: e già la canzone era «trasgressiva», parlando di un tradimento. La galleria bresciana «Ab/arte» e la Galleria degli Artisti Bresciani (AAB), proponendo la prima una riflessione sulla «pop art italiana», la seconda sul collezionismo bresciano sullo stesso movimento, ci conducono in quel clima culturale che ha poi segnato il restante quarantennio del secolo scorso: gli anni Sessanta furono in primo luogo sperimentali e portarono in campo la più radicale meditazione sul primo quindicennio del secondo dopoguerra. Anche se la pop «esplode» nel 1964, inizia molto prima, alla metà degli anni cinquanta, nella cultura anglosassone, contemporanea dunque al ribaltamento etico-politico del gruppo milanese del realismo esistenziale; poco dopo, l'intero decennio cinquanta vibra per la scossa astrattista dei gruppi che entreranno nella sfera dell'op art (Gruppo N, Gruppo Zero); e nel passaggio tra i due decenni, iniziano le prime esperienze del corpo come supporto, della performance, dell'installazione, cambiando il vocabolario dell'arte. La pop art italiana è difficilmente racchiudibile in un percorso rigido; presenze come quella di Baj o Rotella entrano meglio in altri movimenti, oppure protagonisti come Valerio Adami mal si adattano alla riduzione verso l'oggetto, che della pop rimane sigla espressiva. Ma alcune presenze vanno pur richiamate, e le mostre bresciane compiono questa ricognizione, da Mario Schifano, che del movimento è la punta di diamante, a Mario Ceroli, con il suo recupero colto attraverso materiali poveri, fino a Concetto Pozzati, che sembra riassumere l'ironia e l'invenzione del movimento; ma occorrerebbe forse riproporre anche il surrealismo visionario di Giuseppe Landini, che aggiunge con la sua figurazione, il volo fantastico all'oggetto pop. Il linguaggio pop (da popular) si lega alla «sacralità» dell'oggetto nella realtà del consumo; è la lingua dell'immagine (o dell'apparire?), attraverso cui il consumismo comincia a formarsi un sostrato concettuale, per (s-)travolgere le fragili difese etiche a vantaggio del tutto facile a buon prezzo (cinema, scarpe, cibo, ma anche auto, viaggi, creatività). L'Italia occupa un ruolo marginale nell'universo pop; e tuttavia, con gli autori indicati, riesce ad arricchire il vocabolario del movimento rendendolo gustabile anche mezzo secolo dopo; forse le scomposizioni fumettistiche di Adami hanno migliori chiavi di lettura nella storia del disegno italiano che non nella storia dei movimenti del periodo; forse le cromie di Giosetta Fioroni sono più debitrici della grande rivoluzione fauves di inizio secolo, che non delle cromie plastificate del linguaggio consumistico; forse, ancora, il viaggio di Ceroli appare più come un'anticipazione della volontà, che verrà emergendo, di utilizzare materiali semplici per indicare progetti e illusioni che avevano radici antiche. Forse, solo nel gesto dei paesaggi anemici, solo nel rigore del segno che cola smalto dalla sigla di una celebre marca di carburanti, Schifano indica una presenza pittorica che va oltre i limiti della pop; e come accade nei pochi protagonisti-precursori della pop art statunitense, indica il valore dell'icona nella forza della pittura, non nella facile fruibilità dell'icona, come avviene poi, banalmente, nel movimento. La lezione italiana, quando si discosta dalla lezione più scontata, rivela e mette in luce i valori di un recupero delle matrici popolari dell'immagine contemporanea.

 

Mauro Corradini

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