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Noi c’eravamo

Giornale di Brescia, 1 luglio 2010

Novella Parigini e gli artisti della Dolce Vita

La galleria ab/arTe in città propone opere del Pop romano Anni ‘60, attorno al celebre

salotto di Via Margutta

 

“Novella Parigini e gli Artisti della Dolce vita” è il titolo davvero seducente della mostra proposta da ab/arTe, galleria avviata da po- chi mesi in città in vicolo San Nicola 6 (corso Martiri della Libertà) da Andrea Barretta, che viene da una lunga esperienza di promotore di iniziative culturali, specie di poesia  e d’arte. La mostra, nell’allestimento curato da Riccardo Prevosti con ambientazione tra oggetti Anni ‘60, raccoglie opere di artisti ben noti: Mario Ceroli, Tano Festa, Renato Guttuso, Renato Mambor, Sante Monachesi, Luigi Montanarini, Novella Parigini, Mimmo Rotella, Mario Schifano (fino al 31 luglio, giov. 15.30-19.30, ven. e sab. 9.30-12.30 e 15.30-19.30, info 030 3759779).

Alle soglie degli Anni ‘60 furono quasi tutti (Monachesi coltivava le sue astrazioni, Guttuso coltivava un Realismo tra piazza populista e salotto mondano) tra i protagonisti dell’Italian Pop, nel clima dell’Italia del Boom economico e della Roma della “Dolce vita” immortalata dal film di Federico Fellini, che coincise con un profondo rinnovamento del costume. Qui è scelta come perno Novella Parigini (1991-1993), che si dice avesse avuto una storia con Errol Flynn, sempre vestita di bianco, già esistenzialista affamata nella Parigi di Sartre e della Beauvoir, della Greco e di Truman Capote, non solo perché prevale un suo nucleo di opere (una pittura che fa le fusa come i suoi amati gatti, o di filamenti di uno zucchero filato che impania e irretisce, e gatteschi sono anche i ritratti dagli occhi infuocati e stregoneschi), ma perché tra le sedie basse e impagliate del suo “salotto” di Via Margutta, frequentato anche da Fellini e Dalì, dalla Loren e Gassman, da Ava Gardner e Marlon Brando, si incrociarono tutti (e Mambor era stato tra gli sceneggiatori della “Dolce vita”). Lo Scià di Persia qui le commissionò un ritratto a grandezza di Soraya, sposa poi ripudiata; qui visse a lungo Ursula Andress , poi mitica Bond Girl. I protagonisti di quella stagione romana che fu detta della Scuola di Piazza del Popolo (si riunivano al Caffè Rosati), come i tre capifila “belli e dannati” Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, archiviavano immagini, cose e scarti dalla vita quotidiana con sedimentazioni della tradizione visiva, ma già in una contemplazione remota, col senso di una tradizione millenaria incarnata da Roma, carica di spossato nichilismo. Facevano monocromi e quadri con la terra, il cemento, l’asfalto, la iuta, le insegne stradali, i manifesti strappati del cinema (Rotella), s’immergevano avidi e prepotenti nella vita (si tramanda una violenta scazzottata tra Tano Festa e Jack Kerouac, lo scrittore ancor più deragliato del mitico “On the  road”).

Radicalizzando il tutto, per gli artisti italiani Michelangelo equivaleva al Mickey Mouse americano, Monna Lisa a Marilyn Monroe, la Lupa capitolina alla Coca Cola. Questa particolare declinazione del pop ha fatto intuire come la cultura popolare di massa non sia fatta tanto dalle macchine quanto da un deposito di orme primitive che determina la lunga durata di certe strutture mentali e di certi modelli di vita interiore, anche quando sono interpretati con l’immediatezza visiva di segnaletiche pubblicitarie e stradali o di icone tv. Qui Schifano si muove tra un monocromo di segnaletica urbana minimale (l’insegna d’un distributore) e lavori più tardi di accelerazione dei ritmi in un vorticare grondante di colori vividi, accesi, intossicati, in un’arte sfacciatamente frenetica e pur anch’essa disperata, inseguendo sempre un’impossibile felicità nel colore.

Si vede nella piccola selezione proposta come i romani facessero delle immagini quotidiane un gioco linguistico, combinatorio, col gusto dell’ironia e dell’aneddoto anche sarcastico. Portavano una curiosità tutta nuova all’immagine partorita dai tempi moderni (ecco Ceroli col disegno-ritaglio), che fosse del contesto urbano, o dell’informazione di massa, o addirittura uno stereotipo della cultura tradizionale italiana (il paesaggio “inquadrato” di Festa).

Fausto Lorenzi

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Arte digitale, Bookshop, Miscellanea. <META NAME ="keywords" CONTENT="lla Galleria ab/arte di Brescia l’arte moderna attraverso la proposta dei grandi del Novecento: Arman, Enrico Baj, Franco Bertulli, Vittorio Botticini, Remo Brindisi, Corrado Cagli, Domenico Cantatore, Giovanni Cappelli, Ugo carà, Giacinto Cargnoni, Michele Cascella, Bruno Cassinari, Giuseppe Chiari, Primo Conti, Antonio Corpora, Salvador Dalì, Dino Decca, Mino Doninelli, Oscar Di Prata, Piero Dorazio, Gianni Dova, Salvatore Emblema, Enotrio, Eliano Fantuzzi, Edgardo Fangaresi, Sergio Fergola, Franco Ferlenga, Salvatore Fiume, Franco Fratti, Ottorino Garosio, Gabriel Gatti, Piero Gentilini, Augusto Ghelfi, Pietro Ghizzardi, Tommaso Gismondi, Domenico Giustacchini, Emilio Greco, Giuseppe Guerreschi, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Ibrahim Kodra, Ermete Lancini, Mino Maccari, Umberto Mastroianni, Giuseppe Migneco, Luciano Minguzzi, Sante Monachesi, Luigi Montanarini, Ennio Morlotti, Tita Mozzoni, Tancredi Mucchetti, Bruno Munari, Lorenzo Palazzi, Luciano Paoletti, Novella Parigini, Pierca, Fausto Pirandello, Piero Robolini, Mimmo Rotella, Antonio Saliola, Giuseppe Santomaso, Aligi Sassu, Mario Schifano, Shun Li, Luigi Spacal, Giangiacomo Spadari, Alberto Sughi, Orfeo Tamburi, Luigi Tessoni, Ernesto Treccani, Valeriano Trubbiani, Giulio Turcato, Gianfilippo Usellini, Cassinari Vector, Vladimir Velickovic, Vanni Viviani, Tono Zancanaro">

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