Popolis, 10 settembre 2012

Le molte anime della Pop art italiana in mostra alla Galleria ab/arte

 

Brescia - Gli anni Sessanta del secolo scorso videro l’emergere di movimenti riconducibili alla corrente dell’arte astratta, in parte derivazione dell’espressionismo: tra i più conosciuti l’Action Painting di Pollock e de Kooning e la pittura a "campi di colore" di Rothko. Ma il consumismo - trattato ormai caratterizzante della società - giunse a tioccare anche l’espressione creativa, generando la Pop art, protagonista della Biennale di Venezia del 1964. Una rassegna destinata a suscitare forti e contrastanti reazioni, con rappresentazioni enfatiche, nelle dimensioni come cromatismi accesi, di cui la critica non comprese il significato, ignorando l’inedito superamento della polemica tra figurazione e astrazione.

Il decennio ‘60-70 resta comunque irripetibile, coincidendo con un momento di forte creatività in cui l’arte supera l’informale e si affaccia ad una stagione unica, compartecipata in Italia da molte e diverse "anime", da Enrico Baj e Mimmo Rotella - anticipatori di questa esperienza, allo stesso modo di Robert Rauschenberg e Jasper Johns negli USA o Peter Blake e Richard Hamilton in UK - agli animatori delle notti romane come Mario Schifano, al napoletano Lucio Del Pezzo e al gruppo milanese con Valerio Adami, a Ugo Nespolo, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, in una straordinaria stratificazione culturale fino ai nostri giorni con Marco Lodola e Concetto Pozzati.

La Pop art italiana è sostanzialmente diversa, con contenuti schieattamente poetici e con un e dalle opere pop americane, ed un forte radicamento nella nostra tradizione pittorica ricca di memoria culturale. Ecco, allora, che Mario Schifano nel rappresentare il consumismo del "boom economico" italiano, in una serie di particolari ingranditi di marchi pubblicitari, non si discosta dalla pittura e la rende "grondante" di colore materico; mentre l’opera di Lucio Del Pezzo palesa una matrice metafisica, con chiare citazioni di De Chirico, e così pure le silhouette in legno di Mario Ceroli, sagome figurative in ripetizione seriale di stereotipi culturali italiani, o le duplicazioni di Giosetta Fioroni.

Così, ad esempio, Marco Lodola cita Joe Tilson e Blake, ma anche Gerald Laing, esponenti della Pop art inglese, proponendo un recupero di ambienti o situazioni anni Sessanta e immagini di pin up come sulle copertine di rotocalchi americani, come icone accanto a divi della musica. Mimmo Rotella denunciava il consumismo nella vita quotidiana, tra monocromi e dipinti con la terra, l’asfalto, le vernici, i manifesti strappat mentre i "fumetti" di Adami, seguendo i canoni pop di Lichtenstein, sviluppano una sorta di racconto giocoso in scene d’interni in cui figurando oggetti della modernità in stesure piatte di colore dentro marcate recinzioni nere del disegno.

Ora la Pop art - che sopravvive a se stessa e sussiste solo con altri procedimenti stilistici nella contemporaneità - evita qualsiasi legame con quanto sia dato da componenti presi a sé, nella carica seducente che astrae l’oggetto in una specie di idolo; ora la civiltà dei consumi diventa il suo stesso confine, la sua misura, oltre cui non riesce ad evolversi.

Nella post-Pop art, oggetti quotidiani o messaggi pubblicitari o personaggi ridotti a pure immagini riprodotte al di fuori dell’ambiente deputato, si trasformano in altri oggetti, altri messaggi e altri personaggi, dimostrando come l’arte "pop" fosse in grado di confrontarsi con tutti gli aspetti della creazione artistica, dai più alti della pittura a quelli dei fabbricanti di produzioni commerciali in una stagione mai conclusa ma ormai oggi corrotta e snaturata.

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