Concetto Pozzati alla Galleria ab/arte di Brescia.Casella di testo: Galleria d’arte moderna e contemporanea
le grandi mostre

Pop art italiana

 

Dall’8 settembre al 6 ottobre 2012

 

Un’occasione per poter confrontare le diverse anime della Pop art made in Italy, dai precursori Enrico Baj e Mimmo Rotella, agli animatori delle notti romane come

Mario Schifano, al gruppo milanese con Valerio Adami. In mostra, dunque, i maestri

che hanno animato quel felice decennio sull’eredità delle avanguardie, cui si aggiungono Lucio Del Pezzo, Ugo Nespolo, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, in una straordinaria stagione culturale fino ai nostri giorni con Marco Lodola e Concetto Pozzati.

 

A cura e presentazione di Andrea Barretta

Allestimento di Riccardo Prevosti

Gli anni Sessanta videro l’emergere di movimenti  riconducibili alla corrente dell’arte astratta, in parte derivazione dell’espressionismo: tra i più conosciuti l’Action Painting di Pollock e de Kooning e la pittura a “campi di colore” di Rothko. Ma oramai si è sempre più caratterizzati da una società di massa dominata dai tratti del consumismo e anche l’arte se ne appropria: nasce la Pop art che si mostrerà in Italia nel primo decennio grazie alla Biennale di Venezia del 1964. La rassegna susciterà forti e contrastanti reazioni della critica ufficiale e non solo, tanto che il presidente della Repubblica, Antonio Segni, non andrà all'inaugurazione ufficiale, là dove c’erano opere (e “oggetti”) rappresentanti con grande enfasi - sia nelle dimensioni che nei cromatismi accesi - il quotidiano ed altro ancora, e le pubblicità di consumo presentate come monumentali sculture. La critica, dunque, non ne comprese il significato restando - anche negli anni a venire - inflessibile nel definire gli artisti di questo periodo come legati a una cultura da evitare, come fautori di un fenomeno d’importazione, e ne ignorò la novità rappresentata dal superamento della polemica tra figurazione e astrazione.

Basta però ancora oggi dire “anni ’60” senza alcun altro riferimento che subito richiama alla mente un periodo leggendario. Anni irripetibili non solo per una logica temporale ma per quella carica aggregativa in ogni ambito: dal sociale al politico all’economia, dalla musica alla letteratura, dal design all’arte in genere, con esperienze importanti che hanno lasciato un’orma che molti ancora seguono. La cultura artistica entra in un momento di forte creatività, supera l’informale e inizia una stagione unica, confrontandosi tra le diverse anime della Pop art italiana, da Enrico Baj e Mimmo Rotella - anticipatori di questa esperienza, allo stesso modo in cui, come abbiamo già detto, sono considerati Robert Rauschenberg e Jasper Johns nella cultura statunitense o Peter Blake e Richard Hamilton in quella inglese - agli animatori delle notti romane come Mario Schifano, al napoletano Lucio Del Pezzo e al gruppo milanese con Valerio Adami. Maestri che hanno animato quel felice decennio sull’eredità delle avanguardie, cui si aggiungono Ugo Nespolo, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, in una straordinaria stratificazione culturale fino ai nostri giorni con Marco Lodola e Concetto Pozzati.

Alla fine degli anni Cinquanta Baj e Rotella abbandonano il loro fare artistico, la loro precedente cifra stilistica genericamente definibile come informale, per proiettarsi negli anni Sessanta che già sentivano in una nuova creatività: Baj appunterà l’attenzione su composizioni del kitsch contemporaneo o crea personaggi con il gioco del meccano, dando vita a sculture pop, mentre Rotella appronta i decollage e inizia a riferirsi alle grandi icone propagandistiche di quegli anni, come testimonia il suo “Punto e mezzo” o “Scotch Brand”. E arriviamo al 1964, l’anno storico del “pop” italiano, fenomeno spontaneo che però già nel 1968 volgerà alla fine, ovvero quando s’incominciò a sperimentare altro.

Nella Pop art italiana è possibile scorgere una differenza sostanziale dalle opere pop americane, ed è il radicamento della nostra tradizione pittorica ricca di memoria culturale, così diversa da quella riscontrabile negli States, e poi i contenuti della pop italiana sono poetici, mentre quelli inglesi sono dati da artificiose immagini che diventano generiche in quelle americane. Ecco, allora, che Mario Schifano nel rappresentare il consumismo del “boom economico” italiano, in una serie di particolari ingranditi di marchi pubblicitari, non si discosta dalla pittura e la rende “grondante” di colore materico; mentre l’opera di Lucio Del Pezzo palesa una matrice metafisica, con chiare citazioni di De Chirico, e così pure le silhouette in legno di Mario Ceroli, sagome figurative in ripetizione seriale di stereotipi culturali italiani, o le duplicazioni di Giosetta Fioroni: insomma tutti assimilano e mutano il “pop” in chiave erudita, giacché per gli artisti italiani il confronto con la conoscenza è indispensabile e le citazioni più o meno esplicite ne sono una costante, aprendo un gioco affettuoso con la storia dell’arte. Così, ad esempio, nel nostro contemporaneo Marco Lodola cita Joe Tilson e Blake, ma anche Gerald Laing, esponenti della Pop art inglese, proponendo un recupero di ambienti o situazioni anni Sessanta e immagini di pin up come sulle copertine di rotocalchi americani, presentanti come icone accanto a divi della musica. Tra i protagonisti ancora Mario Schifano, poi Mimmo Rotella, che archiviava immagini nell’esporre il consumismo della vita quotidiana con accumuli della tradizione visiva, tra monocromi e dipinti con la terra, l’asfalto, le vernici, i manifesti strappati, come in un perenne “on the road”. Così i “fumetti” di Adami che, seguendo i canoni pop di Lichtenstein, sviluppano una sorta di racconto giocoso in scene d’interni dove sono disposti oggetti della modernità in stesure piatte di colore dentro marcate recinzioni nere del disegno.

Ma la Pop art ormai sopravvive a se stessa e sussiste solo con altri procedimenti stilistici nella contemporaneità. Ora la Pop art evita qualsiasi legame con quanto sia dato da componenti presi a sé, nella carica seducente che astrae l’oggetto in una specie di idolo; ora la civiltà dei consumi diventa il suo stesso confine, la sua misura, oltre cui non riesce ad evolversi. Ora l’arte pop italiana entra in un processo che mette in atto l’insicurezza della realtà, e oggetti quotidiani o messaggi pubblicitari o personaggi che rappresentavano solo immagini riprodotte al di fuori dell’ambiente deputato ora si trasformano in altri oggetti, altri messaggi e altri personaggi, ma qui siamo già nella post-Pop art che dimostra semmai come l’arte “pop” fosse in grado di confrontarsi con tutti gli aspetti della creazione artistica, da quelli più alti della pittura a quelli dei fabbricanti di produzioni commerciali in una stagione mai conclusa ma ormai oggi corrotta e snaturata.

 

Andrea Barretta

Ugo Nespolo alla Galleria ab/arte di Brescia.Mimmo Rotella alla Galleria ab/arte di Brescia.