Salvatore Milano alla Galleria ab/arte di Brescia.Salvatore Milano alla Galleria ab/arte di Brescia. Un’esaltazione dei volumi e delle relazioni di superficie con l’elasticità del colore nello sviluppo dell’arte digitale attraverso esperienze esistenziali  che costituiscono un importante processo di semplificazione formale di questo mezzo artistico dell’espressione visuale contemporanea, avvalendosi di azioni destinate a produrre  sensazioni intense, allorquando avverte che il digitale ha un incredibile potenziale creativo, ovvero un mezzo per ottenere da un’immagine una sintesi del tutto nuova ed autonoma.

Salvatore Milano, napoletano, nasce nel 1942. Si é laureato in medicina e chirurgia presso l`Università Cattolica di Roma. Ha conseguito varie specializzazioni chirurgiche e ha trascorso numerosi periodi di perfezionamento in Italia, Francia, Belgio e Germania. Ha sempre dedicato tempo e, nel corso degli anni, professionalità al mondo della fotografia d’arte, e partecipa al dibattito sull’evoluzione digitale che lo porteranno all’en plein air con la sua macchina fotografica e alla successiva elaborazione digitale e pittorica con immagini autonome in una sintesi del tutto nuova. Nel 2010 espone le sue foto di viaggio al Circolo Fotografico di Giardini Naxos in Sicilia. Poi frequenta il bresciano Museo della fotografia presso il quale ha tenuto vari incontri e una personale: nel 2010 la mostra “Marocco: i colori della luce”, nel 2011 le proiezioni “Mosaico peruviano” e “In principio era la fotografia”, a illustrare un percorso digitale.

contemporanea

Dal 4 maggio al 1 giugno 2013

 

La pittura digitale

di Salvatore Milano

 

Un’esaltazione dei volumi e delle relazioni di superficie con l’elasticità del colore nello sviluppo dell’arte digitale attraverso esperienze esistenziali  che costituiscono un importante processo

di semplificazione formale di questo mezzo artistico dell’espressione visuale contemporanea, avvalendosi di azioni destinate a produrre  sensazioni intense, allorquando avverte che il digitale

ha un incredibile potenziale creativo, ovvero un mezzo per ottenere da un’immagine una sintesi

del tutto nuova ed autonoma.

 

A cura e presentazione di Andrea Barretta

Allestimento di Riccardo Prevosti

E adesso? L’arte digitale è entrata a gamba tesa in molte importanti esposizioni d’arte contemporanea dove sono sempre di più i fruitori di questo mondo in continua evoluzione che contribuisce a una sorta di nuova sfida all’arte pittorica, come fu per Nadar che nel 1874 espose nel suo studio fotografico opere degli amici Cézanne e Renoir, e Monet, Manet, Degas. Artisti che alla nascita della fotografia non erano tra quelli dalle vivaci reazioni contrarie, ma ne capirono la forza innovativa e cercarono di avvicinarsi in modo da trarre da essa qualcosa, o quello che l’occhio umano non riesce a percepire per riprodurre poi su di una tela.

E adesso? Sicuramente l’arte contemporanea cerca prestiti tra pittura e fotografia in una contaminazione digitale, ma tralasciando il modus operandi delle tecniche che sono in comune e alla base di ogni artista, convince la ricerca personale di  Salvatore Milano che ha abbandonato il purismo analogico per addentrarsi nel virtuale di una elaborazione tramite il video di un computer così da formulare l’arte di dipingere con un mouse per pennello e pixel per una scala di colori. Il computer, dunque, e programmi di grafica che permettono a Salvatore Milano di figurare una distanza percorribile in una molteplicità di mezzi eloquenti, cosicché le immagini digitali che ci propone, interpretate all’interno del paradigma di decostruzione dell’arte tradizionale, hanno la specificità di essere “interattive”, come per un raccordo interlocutorio che permette di interagire anche senza conoscerne il linguaggio particolare, giacché prevale non l’aspetto visibile ma la creatività in cui inoltrarsi con la fantasia.

Ecco, allora, che  dopo la disgregazione concretata attraverso diverse sfumature e le interferenze digitali, Salvatore Milano per raccontare lo straniamento di luoghi ritrovati in una libertà cromatica non avverte più l’esigenza di riflettere la consistenza del verismo, e cerca invece gli effetti di una fruizione più ampia dell’opera d’arte come nell’inizio storicizzato dalle avanguardie o dopo la crisi della raffigurazione nella pittura che porterà a un discorso artistico pensato o fantasticato. Tutti gli elementi delle sue opere convergono, infatti, in rappresentazioni non immobili o inalterabili,  ma dinamiche e modificate a rincorrersi nello spazio che diventa grafico o pittorico, estremamente coinvolgente, come in uno sguardo verso l’infinito, tanto che Milano non s’impensierisce, né si sofferma, nel rammentare l’oggettività da cui è partito, ma crea una metamorfosi per esplorare il confine tra pittura e fotografia, per dare corpo a una visione in riferimento alla rappresentazione spaziale e per una definizione del disegno che nella sua resa minuziosa sarà l’apertura verso l’astrazione. Non solo. Sebbene parta da un’esaltazione dei volumi e delle relazioni di superficie con l’elasticità di tinte e gradazioni, Salvatore Milano vede lo sviluppo dell’arte digitale attraverso esperienze esistenziali  che costituiscono un importante processo di semplificazione formale di questo mezzo artistico dell’espressione visuale contemporanea, avvalendosi di azioni destinate a produrre sensazioni intense, allorquando avverte che il digitale ha un incredibile potenziale creativo, ovvero un mezzo per ottenere da un’immagine una sintesi del tutto nuova ed autonoma.

Il risultato finale, dunque, è completamente diverso ed è questa diversità che conferma l’arte di Salvatore Milano, perché è attivo in un cammino dell’assimilare e del concepire la trasformazione del reale in una nuova realtà irreale con la quale confrontarsi sul piano dell’estetica. Abilità e competenze, insomma, nel complesso di un eterogeneo culturale che dimostra una vocazione grafica nel progettare e approntare quella illusione ottica che determina l’effetto voluto, in un rapporto tra digitale e arte complesso, multiforme, ma qui articolato nell’essere protagonista di un’analisi critica che, scevra da suggestioni che pur abbondano, punta su figure spontanee e non costruite. Il suo, allora, è uno scomporre e ricomporre immagini fatte di segni in un incontro con lo schermo-tela sul quale attua una osmosi a stabilire percezioni visive ed evocative, in una radicale conversione di un’idea come riflessione sulla storia dell’arte e per una sperimentazione come nuovo fenomeno nell’ampio impiego di quest’arte che è già qualcosa di compiuto, in grado di generare risposte di tipo percettivo e istintivo.

Se il suo è diventato un progetto di vita centrato sui contenuti e sulle poetiche, allora Salvatore Milano indica la strada che porta a scrivere con la luce e, al di là del metodo, possiamo affermare che si rivolge alla tecnologia come un pittore s’avvale di nuove misture o ricorre a supporti diversi dalla classica tela, mentre la sua grafia è lo stile che conferma un linguaggio visivo dal personale codice comunicativo pur in una riconducibilità all’espressionismo astratto non foss’altro che per l’alterazione della forma, tra campiture di colore piatte e forme tondeggianti e rassicuranti come un grembo materno, o tra orizzonti sfumati dal pennello di Rothko, oppure tra linee fluttuanti con modelli di padronanza cromatica nel dinamismo di azioni vicine al ritmo di Kandinskij.

Salvatore Milano, dunque, non esamina oggetti, paesaggi, architetture o persone, ma guarda al come i colori palesano l’affinità di circostanze che di fatto diventano avvenimento, e per questo nel suo pittorialismo non esercita una manipolazione ma cattura superfici, usufruisce della tradizione con l’uso della regolazione dei contrasti in opere dove affiora il pensiero dell’artista sulla dimensione semantica concertata con il divenire del digitale. Perché nei suoi lavori c’è latente una sospensione temporale dell’intuizione e il suo dopo, come in una nuova vita, come a guardare il mondo dal finestrino di un treno, spostando la visione all’interno dell’animo umano, ovvero la percezione d’albore di una interpretazione che rimanda ad aspetti emozionali, escludendo ogni descrizione dell’evidente per liberare l’arte dal suo superfluo.

 

Andrea Barretta