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Bresciaoggi, 9 marzo 2013

 

Vanni Viviani

La sostituzione e l'ironia

 

Più o meno negli anni Sessanta, quando Vanni si trasferisce dalla provincia a Milano, allora capitale della cultura, il percorso neonaturalista aveva vissuto una felice stagione attraverso quel movimento («neonaturalismo padano») che Arcangeli aveva sostenuto. Viviani (ricordato con una personale negli spazi della Galleria ab/arte) rimane tuttavia coinvolto non tanto dalle ultime istanze di un informale in via di superamento, ma dal ritornante spirito ironico, surreale, riemerso con le vicende espressive neo dada.

È questa la radice vera del pittore mantovano (tornerà a San Giacomo, nella sua «Ca' di pom» sul finire degli anni Ottanta) che, in questa luce, inventa la mela come protagonista assoluto dei sui racconti, delle sue fantasticherie, anche, del suo viaggio nella pittura. Forse in questa scelta agisce la memoria di una storia millenaria, che parte senza dubbio da Eva, ma riappare nel giudizio del «pastore» Paride che dona a Venere il premio-mela ricevendone in cambio la donna più bella del mondo e il suo amore, e ricompare tra le mani della perfida regina che vuole uccidere Biancaneve con il suo frutto avvelenato.

Nell'opera di Vanni Viviani la mela protagonista è quella della nostra terra, quel «pom campanin» che quando matura, a fine settembre, si presenta con un color verde che transita nel giallo-rosso così pieno di promesse; mela che ha sapore vero, succo naturale che si sprigiona ad ogni morso. Di certo la mela, intera, spezzata, geometrizzata o riportata alla sua forma originaria, tradotta come insegna pubblicitaria o pura sagoma visiva, icona lineare, come il contorno della bottiglietta della celebre bevanda, o immagine tridimensionale, come un personaggio che riempie lo spazio prospettico della rappresentazione, la mela, tagliata a fettine o a metà, diviene protagonista di una narrazione sempre sospesa sul filo leggerissimo dell'ironia e tuttavia interprete di ogni vicenda umana, da quella ordinaria a quella che riconduce alle nostre radici del sacro.

Viviani collega così le sue origini di un mondo contadino col suo bisogno di non perdere la memoria delle cose, della verità delle cose, scardinate, sovente dalle avventure mentali di una fantasia nutrita sulle vicende surrealiste, che negli anni del secondo dopoguerra avevano ripreso corpo da noi (ricordiamo, per esempio, il sodalizio, torinese che si chiamò «Surfanta», ma anche un interprete isolato di successo, Lanfranco, che viveva proprio nella zona dell’Oltresecchia mantovano, dove è nato Viviani).

La storia, l'attualità, la ricerca stilistica in quell'evoluzione che ha cambiato molte cose, negli anni sessanta, ma anche la fiducia nell'arte, che doveva «cambiare il mond», come si è manifestata negli entusiasmi del secondo dopoguerra, e la fiducia in una crescita che trova la sua espressione migliore nel cosiddetto miracolo economico sono i termini attraverso cui si evolve e si sviluppa l'immaginazione di un artista che sembra voler travolgere tutte le fragili barriere del linguaggio per instaurare un nuovo vocabolario. Su cui anche Vanni si costruisce: ironico, aperto alla vita, sorridente in una certa misura, negli accidenti inevitabili dell'esistere; e il viaggio conclusivo, a ritroso verso la sua terra, verso la Fondazione costruita sulla Ca' di pom, quando le nere ali della morte già volteggiano su di lui, appare, a distanza di anni, e con il senno di poi, come il segno di una rinnovata fiducia; Non omnis moriar, sembra dirci, certo della felicità del suo creare immagini.

 

Mauro Corradini

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